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Lunes 4 de mayo de 2026
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Ana Bejarano Ricaurte

LA CARTA DEL EMBAJADOR

Me encantaría hablar con el embajador de Italia ante Colombia, Giancarlo Maria Curcio, sobre su opinión respecto a las mujeres colombianas y sus esfuerzos en defender a Mario Beccia, el director para la Agencia Italiana para la Cooperación al Desarrollo (AICS), frente a las graves denuncias de acoso sexual y otras irregularidades en su contra. Sin embargo, el diplomático ha optado por el silencio.

En una columna publicada en estas páginas el 7 de septiembre, les conté acerca de las denuncias internas que enfrentó Beccia por presuntos acosos sexuales en el lugar de trabajo, así como por el manejo inadecuado de recursos. Sin embargo, ni la Embajada de Italia en Colombia ni la Cancillería de ese país han dado respuesta pública. De hecho, varios funcionarios de la sede en Roma me manifestaron su sorpresa ante la inacción del cuerpo diplomático.

Esa omisión, así como otros elementos que recogí durante las entrevistas, parecen indicar que entre el Curcio y Beccia hay una enorme cercanía. Así pude confirmarlo cuando obtuve acceso a un documento escrito por el embajador a su jefe, el viceministro de Relaciones Exteriores Edmondo Cirielli.

En realidad no es claro quién escribió el documento, pues aunque la metadata señala como autor al segundo al mando del embajador, el funcionario Marco Esposito, el documento aparece modificado por última vez por Beccia.

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Bien sea porque lo escribieron en la Embajada para defender a Beccia o porque el embajador le prestó a Beccia su firma para defenderse, lo cierto es que el documento denota una confusión estructural sobre cómo funciona la violencia machista en el ámbito laboral.

Lo primero es que el embajador (si diéramos por cierto que fue el autor) señala que las acusaciones contra Beccia son “fantasiosas”: “nunca lo he visto incurrir en ninguna conducta que pudiera considerarse `inapropiada`”, dijo para justificarse. Me gustaría explicarle —por si acaso no lo sabe— que una persona puede tener actitudes violentas en ciertos casos y apropiadas en otros. Y que es ridículo medir al señor Beccia por la manera en que se comporta con su jefe y compararlo con la forma en que lo hace frente a sus subordinadas.

Los agresores de las violencias basadas en género (VBG) pueden perfectamente desasociar: comportarse bien en ciertos espacios y voltearse para agredir a quienes reconocen como débiles. Es por eso que viven tan campantes y por tanto tiempo sin que nadie los detenga.

Lo más alarmante es que el embajador Curcio afirma que las denuncias contra su subordinado se deben a “una táctica particularmente extendida en Colombia: denunciar presuntos abusos sexuales para beneficio propio (fácilmente imaginable en este caso) cuando un empleado es despedido o no se le renueva el contrato de trabajo o de prácticas”. Se equivoca tanto, señor embajador, que resulta difícil elegir por dónde empezar.

Ojalá que la denuncias de VBG fuesen una práctica extendida en Colombia. Ojalá que los millones de mujeres que son víctimas cotidianas de este fenómeno estuviesen en posición de denunciarlo. Sin embargo, la triste realidad es que la mayoría no solo no lo hacen, sino que se disponen a aceptarlo, como si fuese una circunstancia inescapable.

Además, no cabe duda alguna de que ese tipo de denuncias no deriva en ningún provecho propio. Lamentablemente, las consecuencias que siguen enfrentando quienes denuncian estas agresiones son las de persecución, el silenciamiento y la estigmatización. En el caso al que me refiero, ninguna de las mujeres con las que hablé obtuvo beneficio alguno tras denunciar a su jefe. Al contrario, han atravesado meses difíciles, tanto para sus vidas laborales como para su salud emocional.

En la mayoría de los casos que he conocido en mi vida profesional, la denuncia es casi inevitable, como un acto de justicia o rebeldía, a pesar de los enormes riesgos que implica.

Ahora bien, lo más preocupante de todo es la opinión del embajador de Italia ante Colombia sobre las mujeres colombianas.

La carta llega a plantear el absurdo de que esas denuncias buscaban “obtener el control de la sede de AICS”, sin una sola prueba y como si unas jóvenes subordinadas pudiesen imponerse sobre un diplomático de carrera nombrado desde Roma.

El documento también acusa que las denuncias y la posterior columna son parte de una “campaña mediática” para desacreditar el trabajo de la cooperación italiana en Colombia. Tampoco, señor embajador. Lo que perjudica al importante trabajo de la AICS es que en su cabeza se mantenga a una persona con semejantes acusaciones, sin que siquiera se ofrezca una explicación al respecto.

El viceministro Cirielli tampoco se pronunció, desde su oficina en Roma evitaron contestar mis preguntas y me remitieron una respuesta de formato en la que solo reafirman que Beccia sí fue sancionado. Nada dicen sobre esta lamentable comunicación. A pesar de varios intentos por contactarlo, el embajador Curcio sigue en silencio.

COLUMNA EN ITALIANO

La lettera dell’ambasciatore

Mi piacerebbe parlare con l'ambasciatore italiano in Colombia, Giancarlo Maria Curcio, delle sue opinioni sulle donne colombiane e dei suoi sforzi per difendere Mario Beccia, direttore dell'Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS), di fronte alle gravi accuse di molestie sessuali e altre irregolarità nei suoi confronti. Tuttavia, il diplomatico ha scelto il silenzio. 

In una rubrica pubblicata su queste pagine il 7 settembre, vi ho parlato delle accuse interne che Beccia ha dovuto affrontare per presunte molestie sessuali sul posto di lavoro e per una malagestione delle risorse. Nonostante ciò, né l'Ambasciata italiana in Colombia né il Ministero degli Esteri italiano hanno risposto pubblicamente. Anzi, diversi funzionari a Roma hanno espresso la loro sorpresa per l'inazione del corpo diplomatico.  

Questa omissione, così come altri elementi che ho raccolto durante le interviste, sembrano indicare un'enorme vicinanza tra Curcio e Beccia. Ho potuto confermarlo quando ho ottenuto l'accesso a un documento scritto dall'ambasciatore al suo capo, il Vice Ministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli.

In realtà non è chiaro chi abbia scritto il documento, perché sebbene i metadati segnalano come autore il secondo in comando dell'ambasciatore, il funzionario Marco Esposito, il documento sembra essere stato modificato l'ultima volta da Beccia. 

Che sia stato scritto all'ambasciata per difendere Beccia o che l'ambasciatore abbia prestato la sua firma a Beccia per difendersi, il fatto è che il documento denota una confusione strutturale su come funziona la violenza di genere sul posto di lavoro. 

La prima cosa è che l'ambasciatore (se dovessimo supporre che sia lui l'autore) sottolinea che le accuse contro Beccia sono “fantasiose”: “Non l'ho mai visto tenere una condotta che potesse essere considerata 'inappropriata'”, ha detto per giustificarsi. Vorrei spiegargli - nel caso non lo sapesse - che una persona può avere atteggiamenti violenti in alcuni casi e appropriati in altri. È ridicolo misurare il signor Beccia dal modo in cui si comporta con il suo capo e paragonarlo al modo in cui si comporta con i suoi subordinati.
Gli autori di violenza di genere sono perfettamente in grado di dissociarsi: si comportano bene in certi spazi e poi cambiano per attaccare coloro che riconoscono come deboli.  

È per questo che vivono così liberamente e a lungo senza che nessuno li fermi.  

L'aspetto più grave è che l'ambasciatore Curcio sostiene che le accuse contro il suo subordinato sono dovute a “una tattica particolarmente diffusa in Colombia: denunciare presunti abusi sessuali a scopo di lucro (facilmente immaginabile in questo caso) quando un dipendente viene licenziato o non gli viene rinnovato il contratto di lavoro o di stage”. Lei si sbaglia talmente tanto, signor ambasciatore, che è difficile scegliere da dove cominciare. 

Magari le denunce di violenza di genere fossero una pratica diffusa in Colombia. Se solo i milioni di donne che sono quotidianamente vittime di questo fenomeno fossero in grado di denunciarlo. Però, la triste realtà è che la maggior parte di loro non solo non lo fa, ma sono disposte ad accettarlo, come se fosse una circostanza ineluttabile. 

Inoltre, non c'è dubbio che tali denunce non portino ad alcun guadagno personale. Purtroppo, le conseguenze che subiscono coloro che denunciano tali aggressioni sono la persecuzione, il silenzio e la stigmatizzazione. Nel caso a cui mi riferisco, nessuna delle donne con cui ho parlato ha tratto beneficio dalla denuncia del proprio capo. Al contrario, hanno avuto mesi difficili, sia per la loro vita lavorativa che per la loro salute emotiva. 

Nella maggior parte dei casi che ho conosciuto nella mia vita professionale, la denuncia è quasi inevitabile, come atto di giustizia o di ribellione, nonostante gli enormi rischi che comporta. 

La cosa più preoccupante però, è l'opinione dell'ambasciatore italiano in Colombia sulle donne colombiane. 

La lettera arriva fino all'assurda affermazione che queste accuse avevano l’obiettivo di “ottenere il controllo della sede dell'AICS”, senza uno straccio di prova e come se giovani donne subordinate potessero imporsi su un diplomatico di carriera nominato da Roma.
Il documento segnala inoltre che le accuse e il successivo articolo giornalistico fanno parte di una “campagna mediatica” per screditare il lavoro della cooperazione italiana in Colombia. Non é vera nessuna di queste affermazioni, signor Ambasciatore. Ciò che danneggia l'importante lavoro dell'AICS è che si tenga come capo di sede una persona con simili accuse, senza che venga offerta nemmeno una spiegazione. 

Neanche il Vice Ministro Cirielli si è pronunciato, dal suo ufficio di Roma hanno evitato di rispondere alle mie domande e mi hanno inviato una risposta formattata in cui si limitano a ribadire che Beccia è stato effettivamente sanzionato. Non dicono nulla su questa spiacevole comunicazione. Nonostante i numerosi tentativi di contattarlo, l'Ambasciatore Curcio rimane in silenzio.

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